Elezioni CGIL: Landini il “movimentista” o Colla il “riformista” per il dopo Camusso

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«Altro che parole, dovremmo fare un minuto di silenzio per ricordare i nostri colleghi che non sono rientrati con noi. Io mi sono sentito tradito anche dal sindacato», dice un operaio. «E come vuoi che non ci sia dolore? Sono andate via persone con le quali hai lavorato fianco a fianco per anni. Abbandonati dal sindacato? Piuttosto dalla politica, da tutta la politica, anche dai nuovi. Però è chiaro che noi operai scarichiamo sul sindacato anche colpe non sue, perché comunque lo sentiamo vicino», aggiunge Simona, quarant’anni, delegata Cgil. «Orfana politica» per autodefinizione.
Siamo alla Perugina, dove, dopo l’accordo sindacale dello scorso anno sono rimaste a casa circa 120 persone (tutti esodi volontari). A Genova Armando, leader operaio dell’Ilva, dove ballano cinquecento posti di lavoro e incombe la tragedia del Ponte la mette così: «Te la dico chiara chiara: se qualcuno pensa di chiudere o ridimensionare ulteriormente la fabbrica noi la occupiamo e andiamo sotto casa di Beppe Grillo, insieme al popolo degli sfrattati del Ponte».
Più che dalle parole dei documenti congressuali, dalle nomenclature, dai riti sindacali, per capire cos’è in gioco nel prossimo congresso della Cgil, che si terrà a fine gennaio, conviene partire proprio da qui: dai sentimenti, dalle paure e dalle speranze dei lavoratori in carne e ossa. Senza mitizzare oltre misura “la base”, ma senza neppure dimenticare che nell’Italia gialloverde, delusa dalla sinistra di governo e ammaliata dalle promesse sovran-populiste, gli oltre cinque milioni di iscritti alla Cgil sono una parte decisiva della costituency di qualsiasi sinistra, radicale o riformista che sia.E ne sono una parte inquieta, attraversata da paure e insicurezze, che, dinnanzi allo smacco del riformismo (cui pure si rivolgerebbero volentieri se solo avessero un nome, un indirizzo o almeno un indizio) subisce la fascinazione populista: il voto al M5S ha riguardato circa un terzo degli iscritti, mentre è antico il fenomeno degli operai Fiom che votano Lega. Un mondo che Loris Campetti, gran narratore degli umori operai, storico giornalista del Manifesto ha raccontato in “Ma come fanno gli operai” (Manni editore), libro inchiesta senza veli e ipocrisie sulla condizione operaia nel Nord: «Se cadono gli ideali ci si rinchiude nel proprio piccolo mondo e allora l’operaio se la prende con chi sta peggio di lui e la lotta di classe che per sua natura dovrebbe essere verticale, diventa orizzontale», dice e aggiunge: «Gli operai hanno tradito? A me pare il contrario».
È in questa temperie che la Cgil deve scegliere da chi essere guidata dopo Susanna Camusso. Del vecchio paradigma fondato sul compromesso tra capitale e lavoro che ha plasmato il Novecento e dato vita al Welfare State non è rimasto più nulla: la finanza ha inghiottito l’industria, la rivoluzione tecnologica ha stravolto il vecchio modello taylorista con la fabbrica al centro del mondo, minando le antiche basi della rappresentanza e i corpi intermedi, la globalizzazione ha divorato la sovranità e le istituzioni, la politica è evaporata, sovrastata da leadership solitarie, nevrotiche ed effimere. E per la prima volta, ecco l’altra novità, sia pure imbrigliata dalle procedure sindacali, su come rispondere a questo passaggio d’epoca si confrontano apertamente due idee alternative.
Sono processi di lunga durata secondo Maurizio Landini, già segretario molto pop e carismatico della Fiom che Susanna Camusso, un tempo sua avversaria, ha lanciato alla guida della Cgil, con il consenso della maggioranza della segreteria confederale: «Basta pensare che delle forze politiche che ispirarono il patto di Roma del 1944 (da cui nacque la Cgil come sindacato unitario ndr), socialisti, comunisti, democristiani, oggi non ne è rimasta nessuna. Una parte dei lavoratori iscritti alla Cgil ha votato per le forze oggi al governo e c’è attesa per le misure che saranno prese. Il fatto non è inedito: è dagli anni Novanta che una parte dei nostri iscritti del Nord vota Lega. Oggi però lo scenario politico è completamente nuovo. Il vecchio mondo politico non esiste più, questo ci dice il voto. E aggiungo che la frattura che ha determinato la sconfitta della sinistra alle scorse elezioni non nasce il 4 marzo, e neppure solo dagli ultimi governi. Non è che destra e sinistra non ci sono più, è che la sinistra ha fatto politiche di destra. Intanto però osservo che anche questo governo, come il precedente, mette in discussione il ruolo del sindacato come soggetto generale per cui siamo convocati ai tavoli delle vertenze ma non siamo mai consultati sulle scelte generali. Si definiscono governo del cambiamento. Noi li sfidiamo. Per esempio sull’immigrazione: il problema non sono i lavoratori neri, ma il lavoro nero. Autonomia non è indifferenza verso la politica, vuol dire mettere al centro le persone, i diritti, la giustizia sociale».
Dice invece Vincenzo Colla, segretario confederale, che a Landini si contrappone, da una posizione di minoranza in segreteria che spera di ribaltare nel voto dei delegati: «Per me sarebbe un errore uscire dall’orizzonte socialdemocratico, che ci ha dato il grande compromesso sociale del Welfare: anche nel nuovo mondo dominato dalla rivoluzione tecnologica non possiamo rinunciare ai cardini di quel compromesso: riduzione delle diseguaglianze e redistribuzione. Io rispetto il voto, ma il voto non è stato contro la Cgil. Non è che quando i lavoratori del nord hanno cominciato a votare Lega noi siamo diventati leghisti. Noi dobbiamo dire la verità. O forse dobbiamo dire che il condono va bene, che il reddito di cittadinanza dura tutta la vita? Quello di cui ha bisogno un ragazzo del sud è di un lavoro di cittadinanza. Se ti diamo quota 100 sulle pensioni e non facciamo il terzo valico creiamo disoccupazione».Non si tratta di dispute astratte: sono due modelli di sindacato che si contrappongono e che si trascinano dietro due idee diverse di contrattazione, di rappresentanza, di rapporto con la politica, due Weltanschauung (si possono ancora usare termini stranieri in questi tempi di autarchia linguistica senza incorrere nel reato di radicalchicchismo?), due idee della leadership. Una visione radicale e una più riformista?
Una, quella di Landini, più fondata sulla rappresentanza, più “movimentista” e mediatica per usare il linguaggio pop, e una più centralizzata e istituzionale, quella di Colla? Sì, ma solo in parte, perché il bello della Cgil – accade così quando la discussione si cala nella realtà e viene interpretata da uomini e donne veri – è che qui le tastiere contano meno e le parole si incarnano in storie e conflitti reali. Così il “radicale” Landini sa che per diventare leader di tutta la Cgil (compresi i tre milioni di pensionati che appoggiano Colla) deve diventare più pragmatico e Colla sa che un riformismo senza combattività sarebbe sconfitto in partenza. Diversi per temperamento – più carismatico e irruento il primo, più riflessivo e pacato il secondo – e storia sindacale- “radicale” il primo, “riformista” il secondo. Ma la politica qui c’entra poco o nulla, se la intendiamo come proiezione meccanica delle divisioni ideologiche tra partiti o addirittura correnti di partito. Maurizio e Vincenzo, tra di loro si chiamano così, sono due puri figli della Cgil, della sua storia e della sua cultura politica: entrambi operai metalmeccanici, entrambi emiliani, entrambi passati per la scuola della Fiom. Del resto la lettura della Cgil come cinghia di trasmissione del partito , secondo il modello leninista, era una fake news, diremmo oggi, anche negli anni Cinquanta. Giuseppe Di Vittorio, come dimostrò il suo aperto dissenso dalla repressione della rivolta ungherese del 1956, non fu mai il portaordini di Togliatti. Piuttosto è vero che senza il piano del lavoro di Di Vittorio, senza la mobilitazione contro il terrorismo voluta con ferrea determinazione da Luciano Lama, senza i metalmeccanici di Bruno Trentin, senza le piazze di Sergio Cofferati negli anni 2000, la storia italiana sarebbe stata diversa. La Cgil è sempre stata una delle fucine delle strategie della sinistra. E quando la sinistra è stata debole, ha svolto un ruolo di supplenza.Se vogliamo metterla in un altro modo, mentre Leu si spegne tristemente e il Pd si attorciglia in un congresso ulceroso, la Cgil è l’unico luogo rimasto in piedi del vecchio blocco sociale progressista nel quale la discussione sembra avere un senso e ciascuno che vi partecipa non può limitarsi alle affermazioni di principio. C’è un “qui e ora” che nasce dalla natura stessa del sindacato: «A differenza della politica, se non portiamo a casa risultati noi siamo finiti», mi spiega il segretario regionale della Cgil ligure Federico Vesigna. Di questo passaggio, Genova è in qualche modo diventato un crocevia: quaranta giorni fa il crollo del ponte Morandi, i cui monconi appesi ancora lì, immoti e immobili, senza una gru o nulla che vi si muova attorno sono la fotografia del mancato passaggio dalle invettive giacobine ai fatti concreti: qua, è proprio il caso di dirlo, piuttosto che le ghigliottine servirebbero le ruspe, ma contro le macerie piuttosto che contro i rom.
Così nell’arco di poche settimane, dagli applausi ai nuovi governanti e i fischi ai vecchi si è passati alla aperta contestazione nei confronti del ministro Toninelli da parte degli sfollati del Ponte, mentre gli operai dell’Ilva sono venuti in trasferta a Roma per protestare sotto il ministero di Luigi Di Maio. «Qua il governo rischia di graffiarsi. Perché Giggino con noi ha provato a fare il furbo, ha fatto il gioco delle tre carte e ora ci sono 500 posti di lavoro che ballano. Di Maio non perde mai la calma, ma se quando dici certe cose non arrossisci o sei scemo o sei falso», dice Bruno Manganaro, segretario della Fiom di Genova, che si è già confrontato con il vicepremier. Aggiunge Armando Palumbo, leader della Fiom all’Ilva, uno che sembra scolpito con la stessa materia di quella rude razza operaia di cui parlava Mario Tronti, il filosofo dell’operaismo italiano: «Qua siamo sul piede di guerra: alla prima lettera sospetta siamo pronti a occupare la fabbrica».
Gli edili, che erano in piazza con gli abitanti del ponte, sono anch’essi sul piede di guerra: «Il ministro ha bloccato i finanziamenti per il terzo valico, e se non si fanno le gare perdiamo migliaia di posti di lavoro. E nel decreto non c’è la clausola sociale che impone a chi vince l’appalto di farsi carico degli operai che lavoravano per la precedente ditta concessionaria. Altro che la supercazzola di Toninelli sulla valutazione costi-benefici. Il ponte va fatto presto e bene ma il prezzo non possono pagarlo i lavoratori. O si rispetta la clausola sociale oppure devono essere attivati strumenti straordinari per fare fronte ai problemi occupazionali», dice Fabio Marante, segretario della Fillea Cgil di Genova.
Ma sarebbe sbagliato contrapporre Landini-passione e Colla-cervello: ognuno di loro due ci mette entrambi. Chi sta ogni giorno a contatto con i lavoratori sa che è proprio dal cambiamento delle condizioni materiali dei lavoratori subalterni che sono nati nella storia i grandi mutamenti o le grandi tragedie quando a questa condizione non è data risposta.

Fonte:http://m.espresso.repubblica.it/palazzo/2018/10/16/news/perche-il-congresso-della-cgil-riguarda-tutto-il-popolo-di-sinistra-1.327882 di Carmine Fotia