Agosto 1968: i carrarmati spaccano la sinistra

(tratto dall’articolo scritto da Franco Astengo per www.panerose.it)

Il 20 agosto 1968, alle 5,30 del mattino mio padre si preparava per il turno in fabbrica e ascoltava, come sempre, la radio, ad un certo punto irruppe nella stanza che dividevo con mio fratello ed esclamò “ I russi hanno invaso Praga”. Mi alzai ad ascoltare il notiziario: camminavo nervosamente su e giù per la cucina e ad un certo punto, mentre stava per uscire di casa, lo appellai perentorio:“ papà, questa volta rompiamo con Mosca”. Ero poco profetico e molto ottimista.

Quell’avvenimento provocò, scelte che poi avrebbero pesato sulla realtà politica della sinistra italiana per un lungo periodo.

Prima di tutto l’invasione di Praga spezzò lo PSIUP. L’allora mio partito, rappresentativo dell’esperienza della sinistra socialista che aveva rifiutato nel 1963 il governo con la DC, aveva appena ottenuto un notevole risultato alle elezioni politiche (4,4% dei voti con 24 deputati) e su di esso si era appuntata l’attenzione di molti giovani che avevano cominciato a ritenerlo l’espressione di un avanzato rinnovamento a sinistra.

Lo PSIUP si spaccò, da un lato il vecchio gruppo dei “carristi” approvò incondizionatamente l’invasione con toni da antico Comintern; dall’altra esponenti di spicco del “socialismo libertario”, epigoni della lezione di Rosa Luxemburg, come Lelio Basso si misero da parte; ma soprattutto furono i giovani, al momento protagonisti del ’68, a ritrarsi. Lo PSIUP iniziava così la china discendente, che sarebbe culminata nell’esclusione dal Parlamento con le elezioni del 1972.

Il peso più importante, però, della drammatica vicenda praghese ricadde sul PCI. Il più grande partito comunista d’Occidente si trovava, in quel momento, in una fase di forte espansione elettorale (alle ultime elezioni politiche era aumentato di ben 1 milione di voti).

La notizia dell’invasione piombò su di una deserta Roma agostana: i principali dirigenti del PCI erano in ferie, tutti al di là della cortina di ferro. Unico componente della segretaria presente in sede era Alessandro Natta che, in tutta fretta e con i mezzi dell’epoca, contattò gli altri compagni, per varare un documento, la cui prima stesura fu affidata a Giorgio Napolitano, e che suonò immediatamente come un punto molto avanzato di condanna dell’invasione.

Le pressioni maggiori per un arretramento nelle posizioni dei comunisti italiani, come era prevedibile, vennero dal PCUS, e si aprì un dibattito che risultò altissimo ed a cui si arrivò, dopo un incontro Cossutta- Suslov avvenuto a Mosca.

Ci fu una sorta di rientro nell’alveo. Di quale alveo si trattava?  Il PCI, nella sostanza, si assestò all’interno dei confini della linea tracciata da Togliatti, dopo il XX Congresso del PCUS e l’invasione dell’Ungheria del 1956.

Alla base della linea assunta, alla fine, dal PCI c’era ancora la convinzione secondo cui il modello sovietico, essendo collegato alle condizioni di arretratezza e di accerchiamento in cui si era sviluppata la rivoluzione russa, era destinato a evolvere verso la democratizzazione nella misura in cui si fosse compiuto il processo di industrializzazione, urbanizzazione e alfabetizzazione e nella misura in cui fosse avanzato il processo di distensione internazionale.

Anche i futuri protagonisti della vicenda del “Manifesto” impostarono il confronto in termini politicisti (scivolando tra l’altro su una certa “considerazione” al riguardo della rivoluzione culturale cinese), non riuscendo a esprimere ragioni non ricollocabili immediatamente, come fece la maggioranza del PCI, in una logica da “frazione esterna”.

E nessun altro soggetto, anche del dissenso comunista, seppe rispondere adeguatamente su questo terreno: né i trotzkisti, né i maoisti, né i terzomondisti.

Soltanto in alcuni settori della socialdemocrazia di sinistra (cui si accostarono, in seguito, esuli della primavera praghese riparati in Occidente) si registrarono fermenti rivolti nel senso di una ricerca più avanzati, ma il Partito Socialista Italiano di allora era troppo impegnato nel definire l’area di governo per riprendere quei temi e farne oggetto di una vera riflessione rivolta verso il futuro della sinistra .

Magra consolazione il fatto che importanti partiti della sinistra europea si mostrarono ancora più chiusi: l’SPD rifiutò l’ospitalità a Pelikan (poi concessa dai socialisti italiani), con la motivazione, espresse da Willy Brandt che: “ non dobbiamo sostenere gli oppositori ai Partiti comunisti dell’Est. Non dobbiamo puntare su chi si contrappone frontalmente al comunismo. Al contrario, dobbiamo favorire una evoluzione positiva dei partiti comunisti, dialogando con loro e sostenendo al loro interno le correnti più moderate”.